giovedì, 28 maggio 2009

003-deposito


Il signor P. ogni volta che entrava nel locale, s’allentava la cravatta stretta come un cappio. Il nodo asfissiante non era mai riuscito a strangolarlo, né a fargli perdere coscienza, per questo ce lo ritrovavamo seduto al bancone, quando magari già stavamo pulendo il pavimento, ogni notte prima che abbassassimo la serranda. Il signor P. era gentile, mi chiamava “dolcezza”, “gioia”, “bimba” e soffocava il pianto in gola, lo ingoiava, lo spingeva dentro con tre-quattro bicchieri di superalcolici, la cui quantità di alcool etilico avrebbe mandato fuori di testa chiunque. Invece lui si limitava a continuare a guardare oltre la cassa, il deposito delle Ferrovie dello Stato, dove si rifugiava all’uscita del lavoro fino quando decideva a notte fonda di barricarsi nel bar. Vi rimaneva delle ore, fin quando non gli si annebbiava e confondeva la vista dalle luci gialle dei lampioni riemergenti la foschia e dalle tenebre della notte silenziosamente assordante. Se mettessi le catene ad una farfalla, se legassi con fili di spine le zampe di un piccolo di cinciarella e non lo facessi mai fuggire, se tenessi in gabbia uno sparviero, compirei gli unici gesti che potrebbero eguagliare lo strazio di quell’uomo, che non si è mai lamentato, che non ha mai fatto tragedie, che non ha mai urlato contro nessuno. 

 

Spezzava la fiumana della disperazione osservando vecchi carri merci in disuso, con le porte laterali semiaperte paralizzate dall’abbandono. Si trovava a suo agio tra travi e ammassi confusi di ferro, tra vagoni senza locomotiva e locomotive senza vagoni. Tra il nulla, così come nulla era la sua vita, delimitata soltanto da uno sguardo al cielo che s’imbruniva, da un ramo d’un albero oscuro contro le nuvole. Poi alzava lo sguardo al ponte e vedeva la moderna linea ferroviaria. Amava le carrozze provviste di cuccette, amava vederci dentro  le ombre di chi riusciva a realizzare la propria fuga, di chi riusciva ad evadere, di chi riusciva a respirare, di chi tentava di spasmodicamente di riprendersi la propria libertà.  Vedeva i treni alta velocità spezzare il paesaggio di rotaie, di binari morti. E il signor P. tanto avrebbe voluto trovarsi su uno di quei treni. Avrebbe tanto voluto non sentire più ciò che era in realtà privo di senso.  Avrebbe voluto tanto andare oltre.

 

E nelle sue pupille si rispecchiava il suo sogno di ruggine, come una luminosissima quotidiana meteora a cielo sgombro. E quando ripercorreva a ritroso il suo cammino, e quando di nuovo superava il cancello, e quando varcava la soglia di casa, s’accasciava come se avesse inalato un gas tossico, e, come se avvertisse tutta la sua massa all’altezza dell’ombelico trascinarlo verso il suolo, affossava ancora, ancora, ancora, nel baratro della falsità. Nelle urla, nei lamenti, nelle lagne, negli strilli, nella fiera delle ipocrisie, nelle risatine, nei nauseanti obblighi non scritti, che soffocavano la sua libertà, che ormai era il solo “dovere” di vita rimastogli. L’unico dovere imprescindibile cui avrebbe dovuto obbedire. Ed invece l’unica sua mancanza. Se ne accorgeva osservando quel miscuglio eterogeneo di parenti, e parenti di parenti, e di amici, e di amici di amici. Una miscela che avrebbe avvelenato chiunque. E dopo aver tanto osservato, si metteva a letto, costringendosi a pensare a qualche donna che lo potesse distrarre da quello sfinimento mentale, da quel dolore fisico (il fegato quasi non gli reggeva più ,per quanto beveva). Ed invece ultimamente, s’addormentava subito: aveva preso corpo questo sogno, luce e calore di una notte di libertà di un luogo a lui sconosciuto, tra una folla felice e ridente che lo avvolgeva come un abbraccio. Lui indomito, caparbio, se lo custodiva gelosamente.

 

Ed in fiamme, col viso sudato e sciupato, entrò l’altra notte qui nel locale e si sedette di fronte a me. Pareva felice, rimboccandosi le maniche, con lo sguardo che gli si accendeva, con pupille che si dilatavano, che si inumidivano. Mi disse che sarebbe partito, che sarebbe andato … Parlava in maniera confusa, balbettava, tra l’euforico, il nostalgico, il malinconico, il divertito. Parlava di tutto e non parlava di niente. Farneticava? Mi ripeté più volte che ero tanto carina. E vedendolo avviarsi poi verso il vecchio deposito, sapevo che andava a rivolgergli un ultimo saluto. Un ultimo saluto all’abbandono e all’immobilità, dei treni, della sua vita. Sarebbe partito, il povero diavolo,  e nessuno l’avrebbe più rivisto.

meryem alle 11:19 in:
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Commenti
#1    30 Maggio 2009 - 09:27
 
Commento andato perso dopo l'eliminazione di una dei miei post fantasma.

IoSonoPensiero:

Bhè, bastava anche la parola "1 volta al mese" per capire cos'era mia cara mary xD
Per quanto riguarda il post, devo dire sei cambiata ( lo so, ora attacchi con la frase " sono una brava attrice" u.u), sei diventata più forte. E lasciando ogni cavolata di lassattivo o specchietti... ci siamo qui noi tuoi amici a tenerti manforte. Puoi provare a spaccarci quante volte ti pare.. tanto se siamo veri, non ci facciamo nemmeno un graffio. Con questo concludo e ti saluto, con la speranza che ti rifaccia sentire su msn.. altrimenti io a chi rompo? U.u

P.S salutami con affetto la SPM e dille che le voglio bene *__*
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#2    30 Maggio 2009 - 09:58
 
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#3    01 Giugno 2009 - 00:09
 
Si!
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#4    01 Giugno 2009 - 03:46
 
Grazie davvero ♥
Certo, a volte è difficile essere indifferenti a tutto e a tutti, soprattutto ai propri sentimenti..
Un abbraccio
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#5    02 Giugno 2009 - 13:03
 
indifferenza...indifferenza...una protezione infallibile contro le sferzate del vivere. C'è chi ne è naturalmente dotato, e c'è chi cerca di costruirsi la propria indifferenza su misura, a volte riuscendo, a volte no. Serve costruirla. Io mi ci sto adoperando! :D

grazie per il bel commento che m'hai lasciato nel mediablog; buona giornata!!!! :)

Claudia
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#6    02 Giugno 2009 - 14:04
 
Grazie per il bel commento, Claudia. A presto!

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#7    02 Giugno 2009 - 14:05
 
forse qualcuno l'avrebbe ricordato...
in un post.

mery pulcino***

ps non si vede la foto del post, metti in ordine :)
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#8    04 Giugno 2009 - 15:20
 
Mah... Mi meritavo di meglio.
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#9    09 Giugno 2009 - 20:14
 

Ben scritto e descritto. Alcuni passaggi particolarmente riusciti come:E nelle sue pupille si rispecchiava il suo sogno di ruggine... Complimenti!

Buona serata

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#10    12 Giugno 2009 - 00:04
 
Grazie Boris, è un passaggio che piace anche a me. Si può anche leggere come un sogno che dura tanto a lungo da essersi arrugginito. Insomma libera interpretazione! :)

Ciauz
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#11    22 Giugno 2009 - 13:45
 
Molto evocativo. Dice qualche verità o almeno descrive qualcosa di reale.
E si ferma all'inizio di un viaggio. Ogni viaggio è la fine di un pezzo di vita e l'inizio di un nuovo segmento. Non sempre risolve, ma tante volte dà sollievo ad una vita grigia.

Sempre se non si cade nell'errore che raccontava bene uno scrittore statunitense: "Gli americani sono convinti che muoversi si di per sé un fatto positivo, indipendentemente da dove si va e per quale motivo".

Insomma, finchè il viaggio non diventa un rito, esso risolve molti problemi di vita.

Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente KayserSose

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