- Nina. Io l’amo.
- Si svegli, imbecille.
- Non sono mai stato più lucido
- La lucidità non le serve a molto.
- Pazienza. Io non conto più, sono tutto per lei.
- Basta con questo delirio, signor Tach. So molto bene che lei non mi ama. Non ho niente per piacerle.
- Lo pensavo anch’io Nina, ma questo amore si situa ben al di sopra di tutto questo.
- Per pietà, non mi dica che mi ama per la mia anima, sennò mi metto a piangere dal ridere.
- No, questo amore si situa ancora più in alto.
- La trovo molto etereo all’improvviso.
- Non capisce che si può amare una persona al di fuori da ogni riferimento comune?
(…)
- L’amore non ha nessun senso, ed è per questo che è sacro. L’amore non serve a divertirsi. L’amore serve solo ad amare. Caro avatar, fremo all’idea che senza di me non avrebbe mai conosciuto l’amore. Pochi minuti fa parlavamo di verbi difettivi: lo sapeva che il verbo amare è il più difettivo di tutti?
- Cos’è questa storia?
- Si coniuga solo al singolare. Le sue forme plurali sono sempre solo singolari mascherati.
- Punto di vista.
- Niente affatto: non ho dimostrato che, quando due persone si amano, una delle due deve scomparire per ristabilire il singolare?
[Alcune parti dell’immenso (in tutti i sensi) dialogo che compone Igiene dell’assassino, di Amélie Nothomb. A me è toccato l’ingrato compito di sezionare, amputare, assemblare pezzi, in modo da rendere un piccolo, minuscolo omaggio a un amore che è oltre, che è sopra tutto e tutti … non ad UN amore, ma ALL’amore, per meglio dire. ]
Al Poeta, che ama incollare. Senza colla.

















