M. stamattina s’è svegliata. S’è svegliata alle 7 dopo tre ore scarse di sonno agitato. S’è svegliata suo malgrado. S’è svegliata e ventiquattro ore fa non ci avrebbe messo la mano sul fuoco che avrebbe riaperto gli occhi di mattina. S’è svegliata e fino alle 8.30 è rimasta a letto a guardare la luce accecante ed euforica che penetrava dai buchi della persiana. M.sentiva il dolore alle costole e allo stomaco aumentare. Non se n’è curata. E’ abituata a quel dolore, tanto abituata che non può che considerarlo oramai solo un fastidio. Stamattina M. s’è svegliata perché attaccata e invasa da un altro dolore, improvviso, scatenato, preoccupante. Il cuore pareva volerle uscire dal petto. Batteva troppo forte. Troppo veloce. M. s’è chiesta se data la sua età ci fossero probabilità che si trattasse di un infarto. M. ha cominciato a pensare che forse qualcuno lassù c’è davvero, e che la sua preghiera della sera prima si stesse avverando. Aveva pregato l’Ignoto di venirsela a prendere il più presto possibile, in qualsiasi maniera. M. a questo pensiero ha cominciato a lacrimare, suo malgrado, a impregnare il cuscino di pianto. M. non piange mai di dolore. Ma M. riesce a piangere di gioia. E il pianto silenzioso di M. stamattina era solo di sollievo. Basta autoflagellazione. Ogni tipo di autolesionismo ha pensato potesse finire alle 8.35 di stamattina. Ed M. s’è punita tanto in vita sua. Non con i classici metodi da masochisti. Bruciature, tagli e cose del genere erano per gente comune. M. ha sempre cercato di non seguire la massa. M. faceva, diceva, cercava cose che potessero punirla in maniera poco palese. M. odia il vittimismo e segni evidenti sulla sua pellaccia dura. Ha cercato verità e menzogne di ogni tipo. Ha rincorso azioni e situazioni che sapeva le sarebbero ritorse contro. M. non hai mai trovato un po’ di quiete. M. sarebbe scoppiata in lacrime amare tra le braccia della prima persona che le avesse detto “Ti vedo un po’ stanca, ti senti bene?”, sia pure una persona sconosciuta. Ma questo le è stato risparmiato, le è stata risparmiata questa vergogna. Ha pianto sul suo cuscino, che la conosce bene, conosce bene quel liquido salato, mescolato a rimmel e matita per gli occhi. E il cuore le picchiava dentro. Si è ribellato anche lui alla fine. M. ha pensato che se ne sarebbe andata davvero. M. ha chiamato sua mamma. Una volta. Non ha sentito. Due volte. Niente. Alla terza volta è giunto suo padre. M. gli ha chiesto di chiamarle la madre, dimenticandosi del tutto che lui e lei non si rivolgono la parola da anni e anni. Il padre di M. l’ha sorpresa, invece, facendo esattamente quello che lei gli aveva ordinato. Se li è trovati nella stanza quasi assolata. Entrambi. Vicini. Preoccupati. M. non ha pensato, e non ha parlato. Il cuore, vedendoli, s’è fermato. M. ha detto infine con immenso coraggio “Niente, mi faceva solo male un po’ il petto.”
M. spera che un giorno riuscirà a dimenticare tutto il male che si è inflitta e che si infliggerà. Perché M. non riuscirà mai a perdonarsi. M. non conosce perdono. M. riesce a dimenticare per un po’. Ma non perdona. Non si perdona. M. ha ormai solo questa speranza: di dimenticare in fretta. Speranza vana lo sa bene. Una illusione crudele, come tutte le illusioni della sua vita. Difficilmente M. dimentica. Per M. dimenticare è solo fingere di non ricordare. Nondimeno oggi M. s’è svegliata. Nonostante tutto.
<<Io ho fatto questo>> dice la mia memoria. <<Io non posso aver fatto questo>> -dice il mio orgoglio e resta irremovibile. Alla fine – è la memoria ad arrendersi.
Beati gli smemorati, perché avranno la meglio anche sui loro errori.
Nietzsche (Al di là del bene e del male)
[Devo ringraziare chi ieri mi ha sostenuto. Vi voglio bene tutti. Mara sei un’Amica con la A maiuscola. Ti voglio bene.]

















