
Il signor P. ogni volta che entrava nel locale, s’allentava la cravatta stretta come un cappio. Il nodo asfissiante non era mai riuscito a strangolarlo, né a fargli perdere coscienza, per questo ce lo ritrovavamo seduto al bancone, quando magari già stavamo pulendo il pavimento, ogni notte prima che abbassassimo la serranda. Il signor P. era gentile, mi chiamava “dolcezza”, “gioia”, “bimba” e soffocava il pianto in gola, lo ingoiava, lo spingeva dentro con tre-quattro bicchieri di superalcolici, la cui quantità di alcool etilico avrebbe mandato fuori di testa chiunque. Invece lui si limitava a continuare a guardare oltre la cassa, il deposito delle Ferrovie dello Stato, dove si rifugiava all’uscita del lavoro fino quando decideva a notte fonda di barricarsi nel bar. Vi rimaneva delle ore, fin quando non gli si annebbiava e confondeva la vista dalle luci gialle dei lampioni riemergenti la foschia e dalle tenebre della notte silenziosamente assordante. Se mettessi le catene ad una farfalla, se legassi con fili di spine le zampe di un piccolo di cinciarella e non lo facessi mai fuggire, se tenessi in gabbia uno sparviero, compirei gli unici gesti che potrebbero eguagliare lo strazio di quell’uomo, che non si è mai lamentato, che non ha mai fatto tragedie, che non ha mai urlato contro nessuno.
Spezzava la fiumana della disperazione osservando vecchi carri merci in disuso, con le porte laterali semiaperte paralizzate dall’abbandono. Si trovava a suo agio tra travi e ammassi confusi di ferro, tra vagoni senza locomotiva e locomotive senza vagoni. Tra il nulla, così come nulla era la sua vita, delimitata soltanto da uno sguardo al cielo che s’imbruniva, da un ramo d’un albero oscuro contro le nuvole. Poi alzava lo sguardo al ponte e vedeva la moderna linea ferroviaria. Amava le carrozze provviste di cuccette, amava vederci dentro le ombre di chi riusciva a realizzare la propria fuga, di chi riusciva ad evadere, di chi riusciva a respirare, di chi tentava di spasmodicamente di riprendersi la propria libertà. Vedeva i treni alta velocità spezzare il paesaggio di rotaie, di binari morti. E il signor P. tanto avrebbe voluto trovarsi su uno di quei treni. Avrebbe tanto voluto non sentire più ciò che era in realtà privo di senso. Avrebbe voluto tanto andare oltre.
E nelle sue pupille si rispecchiava il suo sogno di ruggine, come una luminosissima quotidiana meteora a cielo sgombro. E quando ripercorreva a ritroso il suo cammino, e quando di nuovo superava il cancello, e quando varcava la soglia di casa, s’accasciava come se avesse inalato un gas tossico, e, come se avvertisse tutta la sua massa all’altezza dell’ombelico trascinarlo verso il suolo, affossava ancora, ancora, ancora, nel baratro della falsità. Nelle urla, nei lamenti, nelle lagne, negli strilli, nella fiera delle ipocrisie, nelle risatine, nei nauseanti obblighi non scritti, che soffocavano la sua libertà, che ormai era il solo “dovere” di vita rimastogli. L’unico dovere imprescindibile cui avrebbe dovuto obbedire. Ed invece l’unica sua mancanza. Se ne accorgeva osservando quel miscuglio eterogeneo di parenti, e parenti di parenti, e di amici, e di amici di amici. Una miscela che avrebbe avvelenato chiunque. E dopo aver tanto osservato, si metteva a letto, costringendosi a pensare a qualche donna che lo potesse distrarre da quello sfinimento mentale, da quel dolore fisico (il fegato quasi non gli reggeva più ,per quanto beveva). Ed invece ultimamente, s’addormentava subito: aveva preso corpo questo sogno, luce e calore di una notte di libertà di un luogo a lui sconosciuto, tra una folla felice e ridente che lo avvolgeva come un abbraccio. Lui indomito, caparbio, se lo custodiva gelosamente.
Ed in fiamme, col viso sudato e sciupato, entrò l’altra notte qui nel locale e si sedette di fronte a me. Pareva felice, rimboccandosi le maniche, con lo sguardo che gli si accendeva, con pupille che si dilatavano, che si inumidivano. Mi disse che sarebbe partito, che sarebbe andato … Parlava in maniera confusa, balbettava, tra l’euforico, il nostalgico, il malinconico, il divertito. Parlava di tutto e non parlava di niente. Farneticava? Mi ripeté più volte che ero tanto carina. E vedendolo avviarsi poi verso il vecchio deposito, sapevo che andava a rivolgergli un ultimo saluto. Un ultimo saluto all’abbandono e all’immobilità, dei treni, della sua vita. Sarebbe partito, il povero diavolo, e nessuno l’avrebbe più rivisto.
- Nina. Io l’amo.
- Si svegli, imbecille.
- Non sono mai stato più lucido
- La lucidità non le serve a molto.
- Pazienza. Io non conto più, sono tutto per lei.
- Basta con questo delirio, signor Tach. So molto bene che lei non mi ama. Non ho niente per piacerle.
- Lo pensavo anch’io Nina, ma questo amore si situa ben al di sopra di tutto questo.
- Per pietà, non mi dica che mi ama per la mia anima, sennò mi metto a piangere dal ridere.
- No, questo amore si situa ancora più in alto.
- La trovo molto etereo all’improvviso.
- Non capisce che si può amare una persona al di fuori da ogni riferimento comune?
(…)
- L’amore non ha nessun senso, ed è per questo che è sacro. L’amore non serve a divertirsi. L’amore serve solo ad amare. Caro avatar, fremo all’idea che senza di me non avrebbe mai conosciuto l’amore. Pochi minuti fa parlavamo di verbi difettivi: lo sapeva che il verbo amare è il più difettivo di tutti?
- Cos’è questa storia?
- Si coniuga solo al singolare. Le sue forme plurali sono sempre solo singolari mascherati.
- Punto di vista.
- Niente affatto: non ho dimostrato che, quando due persone si amano, una delle due deve scomparire per ristabilire il singolare?
[Alcune parti dell’immenso (in tutti i sensi) dialogo che compone Igiene dell’assassino, di Amélie Nothomb. A me è toccato l’ingrato compito di sezionare, amputare, assemblare pezzi, in modo da rendere un piccolo, minuscolo omaggio a un amore che è oltre, che è sopra tutto e tutti … non ad UN amore, ma ALL’amore, per meglio dire. ]
Al Poeta, che ama incollare. Senza colla.
















