Nel pugilato quando si schiva il colpo dell’avversario, si dice che lo si manda “a vuoto”. La mia impresa di questo fine settimana si può definire nello stesso identico modo: un’impresa a vuoto.
Quanto è difficile pronunciare due semplici paroline, di cui una è pronome personale oggetto e l’altra è la prima persona singolare, presente indicativo, dell’odiatissimo verbo amare?
Risposta: non è neppure lontanamente semplice di quanto ci si possa aspettare.
Il mio arrivo a Milano è stato seguito da una trafelata corsa al Palalido, un successivo sgolamento per incitazione dell’amato e un finale sollievo per la vittoria del tanto bramato uomo.
I presupposti per la riuscita dell’impresa erano modesti, ma c’erano. Innanzitutto, dopo l’enorme sorpresa da parte Sua (non mi aveva neppure riconosciuta, immaginate che aspetto dovevo avere…), ho notato nei suoi occhi un certo luccichio. Non so se fosse per il freddo, per i colpi presi sugli occhi, per il collirio, o per cos’altro. A me piace pensare che fosse semplicemente felice di vedermi. Avete presente di quale luccichio sto parlando? Quello che nei cartoni animati disegnano con le stelline, con i cuoricini, stile Candy Candy o Kiss me Licia.
Ma ATTENZIONE. A questo punto è doveroso aprire una piccola parentesi. Che a Milano ci sia freddo, vento, bufere, nebbia… NON E’ UN LUOGO COMUNE. Del tutto sbalordita alla verifica della veridicità di tali modi di dire, e del tutto sprovvista a temperature a dir poco polari, sono così stata vittima di un preoccupante raffreddamento cerebrale. In poche parole il mio cervello non connetteva più, ero in un momentaneo (ehm… vabbè… qualche ora…) black out, per cui il luccichio di cui parlavo prima, avrebbe potuto anche non essere dovuto a contentezza. Ma questo non lo saprò mai, dunque proseguiamo.
A quel punto the Man ha cominciato ad accarezzarmi i capelli (bagnati) e a chiedermi che ci facessi lì. Ed io ho dato prova della mia congenita stupidità dicendo:-Per vederti- (ma almeno era la verità…). Non ricordo bene quale sia stata la risposta, forse un “Sei pazza!” ma almeno lo diceva sorridendo (ecco perché devo essermi dimenticata cosa ha detto…). Ero in ogni caso l’unica che fosse lì solo per lui. Al contrario di altri partecipanti, che si son portati dietro tutto il parentado, lui era solo, era giunto lì solo con i compagni di squadra. Era solo. Nessuna altra ragazza. Bingo.
Dopo un periodo che mi è parso interminabile fatto di chiacchiere banali e inutili, c’è stato il sacrosanto momento in cui avrei dovuto dire quello che avrei dovuto dire. Silenzio. Silenzio. “Eddai Mary, parla” mi suggeriva una voce dispersa da qualche parte nel mio cervello. Forse troppo dispersa dato che arrivava come un eco. “Mary, spicciati, girati verso di lui e diglielo”.
Il terrificante silenzio andava rotto. E subito.
Ma come ho già detto, quelle due semplici paroline non son tanto semplici da pronunciare, e dunque presa da disperazione, le ho sostituite con altre due.
“FA FREDDO”.
(Pausa per far ridere il lettore e per far sprofondare dalla vergogna la scrivente)
Dopo questa grande prova di coraggio, parliamo di cose totalmente frivole e senza senso, fino a quando non giunge il pullman venuto a riportare in albergo la squadra, che sarebbe ripartita la sera stessa per Roma.
Dopo la separazione, presa da una risata nervosa, mi sono decisa dunque ad andare a cenare in un locale “tipico” gestito da un tizio di Nola (!!!!), il quale mi ha subito riconosciuto quale sua quasi compaesana chiedendomi: “Ma sei di Napoli?”, ed io sconfitta: “Di Salerno”. Felice che tutti i miei sforzi di mascherare l’accento si fossero andati a far benedire, mi sono quindi lasciata un po’ andare (perché con qualcuno dovevo pur sfogarmi), ingurgitando tanta polenta da farmi venire la pellagra e blaterando di cose senza alcun senso. Impietosito dai deliri di questa allegra ragazza triste, Tizio mi offre un bicchierino di limoncello. Ecco dunque che il 43,5% vol del liquido fa effetto.
Ritorno (miracolosamente) in albergo, dove non posso far altro che gettarmi sul letto a peso morto e che affidare le mie ultime vane speranze alla tecnologia. Scrivo un SMS nel quale Gli dico che avevo “una (o meglio LA) dichiarazione da fargli a voce” ma che non mi era riuscito di dirglielo (ed altre cose del tutto smielate che evito di menzionarvi per non farvi venire le carie). Arriva inaspettatamente una risposta. Oltre ai ringraziamenti fatti più volte per essere andata a vederlo, mi dice che la suddetta dichiarazione potevo farla anche subito al telefono…
Mi salvo in calcio d’angolo perché l’alcool mi fa sprofondare in un sonno quasi da coma, e mi risveglio soltanto quando su Rai3 comincia Un giorno in pretura. Il processo anche questa settimana è sulla strage di Erba. Mi sento solo vagamente rincuorata pensando che la Sua espressione nel vedermi non sia stata come quella di Olindo Romano di fronte ai giudici.
Stamattina in attesa del treno di ritorno alta velocità, girovagando per la gelida Milano come un’anima del Purgatorio, ho anche avuto la fortuna di imbattermi in un raduno degli Alpini. Ho ascoltato distrattamente uno stralcio di conversazione in cui si parlava del “coraggio umano”. Ma sì. Mattiamo il dito nella piaga, và.
Durante il viaggio di ritorno ero così tramortita e così esausta che il controllore non ha avuto il coraggio di svegliarmi per chiedermi il biglietto (c’è da dire che però già lo aveva controllato), o almeno così mi hanno detto…
A questo punto, dopo questo post, mi rendo conto che rischio che il mio blog prenda la piega del tragicomico…
E dopodomani sarò da lui.
Aspetto la mia condiscendente, voluta e consapevole conduzione al plotone d’esecuzione, sperando che anche per me, come fu per il mio amico Fёdor, ci sarà la grazia. Fino ad allora mi torturo pronosticando raccapriccianti possibili scenari di rifiuto. Non avendo personali auspici da consultare, faccio da me, interpretando i segni. I segni sono alquanto sconfortanti. Ora un tuono, ora una ventata di freddo che si riversa in strada, gelata quanto le discussioni che ho con lui. Quando non sono sconfortanti , appaiono illusori, crudeli come tutte le speranze. Come una giornata di sole non prevista dal meteo, un complimento fatto a tradimento, una telefonata lunga tanto da finire una ricarica sul cellulare. E poi quelle allusioni, quelle domande, e infine quelle proposte spinte, inaspettate e disorientanti …
Ho brividi immaginando i suoi occhi sbarrati carichi d’odio. Sento la disperazione salire su per lo stomaco pensando al suo rifiuto. In questi momenti d’attesa sono circondata dalla sua immagine. Tutto mi ricorda che nella sua vita io sono esistita. E che lui nella mia esiste. E che io l’ho perso. O forse no …
Ma per quanto questi pensieri possano farmi rabbrividire, o disperare, nulla mi riduce più a brandelli che ipotizzare che io gli possa essere indifferente. Preferirei che lui mi tormentasse, mi perseguitasse, mi torturasse … Preferirei le più inumane atrocità alle banalità, alle formalità, alla freddezza … Perché in queste cose non posso trovarti … Queste cose mi straziano …
Aspetto il treno che mi porterà da lui. E nel frattempo canto questa canzone. Sperando, di poterti finalmente ricantare poi, la NOSTRA canzone …
Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque ti ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
E tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
Venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d'estate
io t' ho amato sempre , non t' ho amato mai
amore che vieni , amore che vai
io t' ho amato sempre , non t' ho amato mai
amore che vieni , amore che vai
















