Chissà se sei riuscito a racchiudere tutta la pioggia nera nella stanza. La pioggia che oscura tutto la camera dal soffitto basso, e immerge la zona in fondo in una penombra ovattata. Chissà se sei riuscito a intrappolare le nubi ancora piene, le raffiche di vento che ad intervalli si rovesciano in strada, in una stanza. Chissà se sei riuscito a racchiudere il cielo in una stanza.
Chissà se sai com’è la situazione qui … Chissà se ti sei chiesto se sto già vomitando, con gli occhi gonfi di lacrime e collirio. Con il solito accompagnamento di gemiti, dapprima soffocati, poi sempre più forti, che finiscono in un’interminabile crisi di pianto. Eh sì, che di Tre camere a Manhattan, Winnie è il tuo personaggio preferito.
E’ da tanto tempo che cerco di dimenticare, di non pensare. Ieri sono stata a letto tutto il tempo, e quando mi pareva di svegliarmi mi accorgevo che il cielo si era già oscurato da un pezzo. Stavo distesa bocconi e m’ero addormentata così, senza spogliarmi, senza lenzuola. Sulla scrivania ammassi di libri e quaderni che è da tanto che non suscitano in me alcun interesse. Ed è stato allora che ho ricordato tutto ed ho creduto di impazzire. Difficile scivolare più in basso.
Così mi sono vestita alla buona, sono uscita di casa con la scusa di portare a passeggio il cane, pur essendo stanca, sfinita, tremante per il freddo, con le ginocchia livide per la brezza autunnale e la mano in tasca. Ed io non ho pensato alle strade per le quali stavo passando. E non ho pensato che non vi era alcuna necessità di passare per il tabacchino, per la rotatoria, per il giornalaio, per la piazzetta, e non ho pensato che avrei avuto tutto l’interesse a non allungar la strada, per poi tornare a casa per la via più breve. Eppure mi sono ritrovata sotto quella casa, eppure ho guardato in alto, eppure ho guardato le finestre.
Al terzo piano una corda tesa attraverso la finestra, c’è steso ad asciugare un capellino grigio, piccolo piccolo. Sicuramente ci sarà un bambino. Ma che sbadati, si sono dimenticati di tirare dentro il cappellino, con questo tempo che promette pioggia. E si accende una luce nella stanza. Il cane mi strattona. Una raffica di vento. Eh sì che sei riuscito, a chiudere il cielo in una stanza.
Nell’appassito vicolo in discesa, nella serata umida e offuscata, ti rincontrai.
Ti rividi dall’auto, ti fissai mentre mi accingevo alla manovra, ti spiavo nel finestrino, ferma all’incrocio. Mi girai, mi guardasti. Sostavi sotto un portoncino, con la testa abbassata per parlare al microfono del citofono.
Chi aspettavi? Aspettavi un’altra? Aspettavi l’altra, quella che non ho mai pensato potesse venire dopo di me?
Salirai al suo appartamento? La guarderai con questi occhi, con questi stessi occhi che hanno guardato me? E’ mai possibile una cosa simile? Ci sarà nei tuoi occhi lo stesso lampo che è balenato un attimo fa incontrando i miei occhi?
Io mi sono macerata, mi sono distrutta, come accade quando ci si ama ancora abbastanza da avere dubbi e rimpianti, ma non abbastanza da non capire che quell’amore sta morendo.
Ci siamo trascinati un po’, si tentano i ripescaggi, si tenta di cambiare.
Poi ci si rincontra, per le strade della città su cui soffia il vento autunnale. Ci si rincontra alle sette di sera, che ormai adesso è già notte.
E noi abbiamo quello sguardo, quello affettuoso ma distante, interrogativo ma tenero, che dice: <<Davvero ci amavamo? Ma quanti anni sono passati? Cos’è che ci piaceva l’uno dell’altro? Hai sempre portato questo taglio di capelli?>>
Oserò un giorno guardarti con distacco e dirti:<<Michele, la tua ragazza è deliziosa>>?
Nella strada si addensa un oscuro colore di pianto. Le luci sembrano più fioche. Rimaniamo a guardarci. Fra noi soltanto illimitati silenzi, eterni ricordi, passioni incompiute, brandelli di vita. Il cuore è stato consumato, levigato, svuotato, straziato. Il mio primo amore. Adesso, fra noi, null’altro che noi.
Adesso, fra noi, il tempo di una manovra a un incrocio stradale.
















