Strani opossum morti per finta
Di Michele Farina
Tre protagonisti: un riccio (mammifero con gli aculei), un opossum, un uomo che in Florida dormiva in un cassonetto della spazzatura e stava per finire triturato come nel finale di C’era una volta in America. Due dei tre si sono sfiorati per un istante (indovinate chi). Uno forse ha salvato la vita all’altro. Tutto chiaro? Ok, spiegazione: in questa stagione chi va in auto incontra spesso qualche riccio morto. Tornando dal lavoro l’altra notte, ne ho contati tre, spiaccicati sull’asfalto. Mi è venuta in mente una parola di speranza che avevo imparato su internet: tanatosi. Sapete cos’è? Non è un’alitosi letale (dal greco thànatos, “morte”). È il comportamento di un animale che, in caso di pericolo, si finge morto: <<Intensa e prolungata contrazione muscolare mediata dal sistema nervoso>>. Mi sono imbattuto in questa parola cercando un’immagine di opossum. Perché l’opossum? Perché avevo appena letto la storia di un senza casa, Robert Baswell, 44 anni, che a Palm Beach per proteggersi da un temporale era andato a dormire in un cassonetto. Al mattino è arrivato il camion. Robert è stato versato nello schiaccia immondizia. Si è svegliato, ha gridato. Senza fiato, ha urlato per l’ultima volta. Miracolosamente, uno spazzino l’ha sentito. I vigili del fuoco ci hanno messo mezz’ora per tirarlo fuori. Ha raccontato che per mettere una distanza tra sé e il rullo del camion ha usato un “dead opossum”. Un opossum morto nella spazzatura, che fortuna. Ho cercato su internet: l’opossum è un animaletto, mica un bisonte. Ed è anche un maestro di tanatosi. L’opossum che ha salvato Robert era morto o fingeva? E il riccio sull’asfalto è stecchito o fa finta? E se tutti i morti stessero semplicemente cercando il record di tanatosi? Di notte, guidando, vengono pensieri così.
Articolo tratto da IoDonna n.20, 19 maggio 2007.
Ieri un uomo è morto. Io di quell’uomo non sapevo nulla.
Lui giaceva in casa, si poteva andare da lui a guardarlo in ogni istante, per imprimere per l’ultima volta il suo volto nella mente. Ma dal momento in cui lo hanno portato via, come farà la povera figlia a rimanere sola? Lui giaceva in una specie di soggiorno, la prima camera in cui ci si imbatteva entrando in casa. Come farà la povera figlia a rimanere sola? Forse lei non aveva ancora realizzato l’accaduto. Dormiva? Sembrava dormisse.
La mia compagna di classe non aveva mai avuto grandi simpatie per me. Né io ne avevo mai avute per lei. Ma dal momento in cui ho visto la sua casa, dal momento in cui ho fatto l’ingresso nel suo mondo, un mondo che in circostanze normali non mi avrebbe mai interessato conoscere, un mondo a me ignoto e sconosciuto, ho capito quanto fosse stata ingiusta la condanna che cinque anni fa le avevo inflitto, quanto fossi stata bassa e meschina con lei, quanto la avessi odiata e giudicata senza in realtà sapere nulla di lei. Fino a ieri.
Siamo entrati attraverso un grande cancello di ferro sgangherato. Un cancello del genere io non l’avevo mai visto, neppure a R************, il paesello natio di mio padre. Si proseguiva per un cortiletto fiancheggiato da delle specie di "stallette", perché davvero non erano molto diverse da delle piccole stalle per capre, da aie, da cortiletti, in cui se vi fossero state delle galline o maiali non ci sarebbe stato nulla di stonante. Ceppi di legno qua e là, tagliati rozzamente, mucchietti di erba secca strappata, ingiallita, buttata lì, come viene, ai piedi delle pareti. Sembrava lo scenario di una di quelle vecchie case di campagna abbandonate, malinconiche, desolate, squallide. Sembrava la casa di quei poveri contadini, e neppure delle famiglie messe meglio. Eppure ci troviamo alla periferia della città, in uno di quei comuni che rappresenta l’appendice più sviluppata dei dintorni, che è P***********.
Poi le scale. Lì sulle scale ho scorto i miei compagni di classe che attorniavano e circondavano la povera sciagurata. L'avevano convinta a mangiare qualcosa. Le avevano preparato un panino. Nell’oscurità della notte, della stradina al di là di un passaggio a livelli, poco illuminata, sono riuscita a scorgere la figura della povera ragazza seduta sui gradini della scala. Non vedevo chiaramente il suo volto, perché gli effetti post operazione, di notte, non riescono a farmi distinguere un gatto da una busta per l’immondizia. I miei compagni erano tutti lì presenti. Tutti lì uniti. Ma quando mai noi lo siamo stati? Ennesimo esempio dell’ipocrisia umana. Cercavano di strapparle un sorriso, che lei concedeva, per orgoglio e per non farli preoccupare troppo. Cercavano di fare battute, cercavano di farla distrarre, cercavano di farle dimenticare per un attimo cosa era successo. Ennesimo esempio della stupidità umana. Come si può dimenticare la morte di un padre? Come farà la povera figlia a rimanere sola? Come farà a sopportare il rumore più terribile che esista, quello delle palate della terra sulla bara? Perchè finchè non senti quel rumore tremendo, le persone non sono veramente morte.
La sera è passata così. L'aria gelida e torbida, le luci fioche che ci avvolgevano come un abbraccio, il freddo che ci penetrava nelle ossa. La serata l'abbiamo passata così, sulla scalinata di pietra, fredda come ghiaccio. La ragazza, aveva il volto rivolto alla luna, il cui chiarore la illuminava tutta. Sotto quella specie di porticato la luce al neon ha confuso la nostra nottata, dandoci l'impressinone che quello si trattasse solo di un sogno. E se io, fra di loro, non parlavo mai, era per il senso di colpa, che mi opprimeva i polmoni e mi stringeva le viscere. Ma com'è possibile che questa sia la stessa ragazza che così superbamente ostentava la propria persona? Com'è possibile che questa sua evidente povertà, che traspariva al solo guardare la sua casa, sia stata a me sconosciuta per tutto questo tempo?
Oggi il funerale. La chiesetta è a circa cinquanta metri dalla casa della ragazza. E' l'unico altro edificio al di là del passagio a livelli. La predica è stata semplice, speranzosa, gioiosa, vitale. Io e un mio compagno di classe ci siamo trovati concordi sul fatto che sia stato uno dei più bei discorsi di Chiesa (pochissimi in realtà) che abbiamo mai sentito. Ed io adesso mi sento meno scettica, più fiduciosa, più disponibile ad accettare una speranza. Proprio adesso. Proprio in questo momento.
Quando morì la mia seconda mamma, avevo notato che il giorno dei funerali, quella mattina splendida, chiara, piena di sole, anche se gelida, di dicembre, era la più bella giornata che potessi ricordare. Pensai dunque che quello doveva essere un segno, che in realtà dovevo gioire, perchè lei era stata chiamata da Qualcuno lassù, per terminare la sua sofferenza qui in vita. Perchè la vita è sofferenza. Anche stavolta, sebbene quest'uomo lo avessi visto non più di una volta o due, ho avuto la stessa impressione. E se ho provato dolore non è stato certo per la morte di questo pover'uomo. Ho provato dolore nel rendermi conto di quanto questo abbia sofferto in vita. Di che razza di vita abbia vissuto.
Ho capito che non voglio continuare a perdere la testa per cose assurde, quali diete, vomiti, bilance, assurdo senso di competizione in tutto. Ho capito che ormai sto perdendo un sacco di occasioni per vivere la vita. Non voglio morire e non aver vissuto quel poco di tempo che ho a disposizione con quelle poche persone che mi vogliono bene e a cui io voglio bene.
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.
Sono in decima posizione. Sono in decima posizione. La decima in Italia.
Ma come ci sono finita?
E' un errore. E' un errore.
Lo correggeranno, si accorgeranno dello sbaglio, è un caso di omonimia... non merito di essere fra le prime dieci.
La rivista ufficiale del mio sport mi inserisce al decimo posto nella classifica nazionale femminile.
Oddio, adesso sarò costretta a vincere.
Sarò costretta a rimanere con questo peso.
Lo devo dire al mio allenatore, lo devo dire ai miei compagni, lo devo dire a tutti!!!!
Scusate se oggi il mio intervento è così pragmatico, ma ogni tanto ce vole.
E se fosse un errore?
E' un'illusione.
E' un sogno.
Chissenefrega, non svegliatemi.
















