sabato, 22 settembre 2007

Non avrei voluto ricominciare a scrivere così...

Avrei voluto esultare, gioire, forse bestemmiare, combattere, cercare un modo, un motivo, un conforto, una speranza, una cima o un semplice appiglio a cui aggrapparmi, per cominciare, per poi continuare, la scalata alla vita.

Ed invece rieccomi a scrivere, ricalcando le orme di molti altri, utilizzando parole vuote, inutili, solo parole in fondo, percorrendo la via già intrapresa da altre maledette anime morte, da poveri disgraziati, da noi poveri diavoli che abbiamo avuto un'unica e una sola sciagura: quella di essere messi al mondo. Quella di vivere, sapendo di essere condannati a morire. Di vivere una sola volta, di non avere una seconda opportunità, perchè, viva i luoghi comuni, si vive una volta sola. E noi sprechiamo la nostra vita. Sperperiamo le nostre emozioni. Le vendiamo al miglior offerente. Morirò, ed è questa l'unica certezza che abbiamo della vita. Io ne ho un'altra, di certezza: quella di averla sprecata, la mia vita. E mi sento già vecchia, e mi vedo già sfiorita, e non sento altro che il dramma dell'esistenza crescere in me. Nei momenti migliori. Per il resto è noia.

Non posso far altro che cercare la voglia di andare avanti. Perchè se non sono decisa a vivere, certo è che non sono neanche tanto decisa a morire. E' come essere sepolta viva. E' come aspettare di andare al patibolo. Noi non abbiamo paura di morire, no  certo. Non abbiamo paura nel momento della morte. La paura è nell'attimo che la precede. Nell'attimo immediatamente precedente, in cui siamo certi, che ormai la morte avverrà inevitablmente. Ed il momeno in cui io mi rendo conto di aver sperperato la mia esistenza è come l'attimo che precede la morte. E' una certezza. Mi sento così irrimediabilmente consumata, così sbiadita, così sbattuta, così debole, come se le forze mi venissero risucchiate. Sono una morta che cammina in un corpo che non possiamo fare a meno che definire sano. Un corpo che sprizza salute, un corpo che sprizza vita, un corpo che non chiede altro che cibo, mentre io soffro dentro. Sono morta dentro.  E il mio corpo non si adatta, non vuole avere il compito d'essere come quel messaggio d'aiuto messo nella bottiglia e lanciato in mare. Il contrasto non regge. Vorrei che la mia anima non dovesse portare più questo anonimo peso, vorrei che sgorgasse un pò di dolcezza, vorrei ricevere un pò di tenerezza. Vorrei che anche il mio corpo non avesse più il peso che ha, già che ci siamo. Vorrei non essere trascinata costantemente verso il basso, che questa pesantezza mi trascini giù, che non ci fosse questa mollezza, questa pigrizia, questa totale dimenticanza di ciò che è altro da me. Vorrei non sentire le viscere ripiene di piombo. Vorrei non sentirmi sempre così a terra.

Vorrei che la mia malinconia avesse il coraggio di uscire, di lasciare il posto ad altro. Vorrei che il rimorso di aver sprecato una vita intera, si trasformi in rabbia, in rancore, e dire:-No! Non tutto è finito! Morirai, morirai anche invendicata, ma morirai combattendo!-. E non posso fare a meno che sentirmi un'idiota.

Due settimane fa mi sono sottoposta a trattamento laser, per eliminare difetti di vista dovuti all'ipermetropia. Si opera un occhio alla volta. Uno a distanza di 1/2 settimane dall'altro. Il metodo usato è quello del PKR (Photo Refractive Kerateotomy). Ma prima, per poter ricorrere al laser, è necessario esportare la membrana che più si trova in superficie (epitelio). Quando ho operato il secondo occhio, non  mi hanno fatta entrare subito, e c'era perfino un ragazzo che doveva subire l'intervento per la miopia prima di me. Insomma nell'attesa non avendo nulla da fare, ho deliziato i presenti, facendo una dettagliata lettura delle modalità d'intervento, spergendola ogni tanto di sadici commenti personali ("Ah, ecco come mai mi bruciava!", "Eh, durante questa fase fa proprio male!", "Ma il brutto viene dopo..."), per i quali devo aver attirato su di me le bestemmie del già citato ragazzo (che per inciso, è entrato bianco peggio di un lenzuolo, ed è uscito che barcollava). Dopo il suddetto intervento, credi di stare bene ma... attenzione! Questa è solo un'illusione! Dopo due ore il dolore mi stava lacerando, sembrava che quasi mi stessero trapanando il cranio, mi lacrimavano gli occhi, un fastidio perenne mi perseguitava. Persiane chiuse, qualche filo di luce qua e là... "Che tempo fa fuori? Fa caldo? Ma come? Io ho il pigiama a maniche lunghe..."

In tutto ciò ho condotto una ammirevole lotta, (vinta da me) contro l'uso degli antidolorifici. Appena l'oculista ha saputo che non ne avevo presi affatto, è rimasto assai colpito della mia resistenza fisica al dolore. Per miei principi non uso mai medicinali superflui (bhè oltre alle gocce che devo mettere per forza negli occhi), preferisco soffrire in silenzio. E il dolore? Bhè se non uccide, fortifica.

Questo il motivo per cui non ho postato di recente. E cosa non meno trascurabile, l'inizio della scuola. Grazie a Dio, è l'ultimo anno...


Un passeggino nel bagagliaio. Un raggio che penetra dalla persiana. Una lacrima che scende giù per la guancia umida, camuffata da goccia per gli occhi. Pianto mascherato da collirio.

meryem alle 23:52 in:
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giovedì, 06 settembre 2007
<<Pecché mm''e ddice sti pparole amare?!
Pecché mme parle e 'o core mme turmiente?!
Nun te scurdá ca t'aggio dato 'o core,
Nun te scurdá...

Tu nun ce pienze a stu dulore mio?!
Tu nun ce pienze, tu nun te ne cure...

Stó' a suffrí,
stó' a suffrí nun se pò credere...
stó' a suffrí tutte li strazie.

Core, core 'ngrato...
T'hê pigliato 'a vita mia!
Tutto è passato...
e nun ce pienze cchiù.>>

Non so perchè posto questo testo, ma la canzone mi è entrata in testa e mi ha messo una tristezza indescrivibile...

meryem alle 22:21 in:
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