domenica, 04 ottobre 2009

"Non ho difficoltà a giustificare la boxe in quanto sport, per il semplice motivo che non l'ho mai considerata uno sport. La vita è come la boxe in molti particolari inquietanti. Ma la boxe è soltanto come la boxe."

 






Lascia gli sport a chi teme la paura, a chi non vuol conoscere se stesso, a chi non vuol conoscere la vita, a chi rinuncia a lottare, a chi pensa ai record e ai soldi, alla vittoria e alla sconfitta. Sorpassali.

Sorpassali ed entra in quella dimensione spazio-temporale da cui vorresti inizialmente fuggire: uno spazio sacro che precede la civiltà ed un tempo tutto nostro, curiosamente "lento", sfibrante. Una dimensione da cui però poi non fuggi mai.

Perchè solo in questa affronti le tue paure. Solo noi che le temiamo abbiamo il coraggio di inseguirle. Diffida di chi si descrive libero dalle proprie paure: è gente che avrà trovato una rassicurante gabbia nella quale rinchiudersi e convincersi di vivere. A loro lascia gli sport.

...E già che ci siamo lascia disattivata l'opzione audio quando senti commenti ad una telecronoca d'un incontro di pugilato. Se la prendi con il giusto umorismo riderai delle chiacchiere dell'imbecille di turno, altrimenti t'irriterai soltanto.



meryem alle 10:36 in:
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domenica, 06 settembre 2009

Sfruttare la propria scarsa visione laterale non ereditata da lui mentre ci si appoggia al finestrino del fuoristrada e socchiudere le palpebre fissando il sole attraverso i giunchi, e le canne del lungomare, e intravedere la sua maglia affogata di luce: il tessuto ha assorbito tutti i colori tranne quel verde acceso che rimbalza al mio occhio. Canta Delilah, con una voce troppo fioca per ricordare quella di Tom Jones, e in questo inizio del suo settembre dinanzi agli sbiaditi occhi azzurri si recita lo spettacolo dell’ingenuità e della spensieratezza del suo giugno.  Il giugno degli ultimi giorni di scuola, delle mattine prima della maturità, del caldo inquinato del ’71, quando il ragazzo che più ammirava, diceva per l’ennesima volta che dopo il liceo avrebbe comprato un’Alfa Romeo GT Junior, verde. Verde acceso, brillante. “A me la Giulia, la Giulia! My, my, myyyy, Delilaaaah “, e cantava anche lui di quella follia amorosa, a gran voce, una voce potente, cristallina. Una gioia sentirlo cantare. Era bello, educato, un bravo ragazzo, era limpido e i suoi capelli lunghi –come moda imponeva- lucenti; strizzava gli occhi al futuro,uscendo per le ultime volte da scuola,  sperando un piacere, e non sapeva che quella stessa speranza era piacere. “I felt the knife in my hand and she laughed no moooore … Why, why, whyyyy, DelilahTutta la giovinezza racchiusa in una canzone, tutta la passione e l’illusione dei diciotto anni. E tutta la felicità stava nel futuro, sì, ma nel futuro dell’attimo successivo. In cui immaginava, sperava. Infinitamente. Niente passato, niente presente. Solo futuro.

Adesso se lo ritrova, quel ragazzo, a lavorare spesso con lui, e dice di ammirarlo ancora. Chissà se poi la Giulia l’ha comprata. Chissà se gliel’avrebbe comprata invece il padre, e per davvero. Chissà se aveva i soldi per comprargliela.  La Giulia verde speranza, verde come la maglia che adesso il suo amico timido dagli occhi azzurri indossa. Mentre guida ed il sole tramonta. Alle 19.54, ché le giornate ormai si accorciano. Tramonta su quel che è stato, sui ricordi, sulle illusioni, sugli errori, sui dolori. Ma in fondo non importa di quel che è stato. Si può esser felici dopotutto, nonostante tutto, adesso, giusto il tempo di fischiettare un motivetto. Ricordando quando si pensava alle auto nuove, alle moto, ai gruppi arrangiati alla buona nei garage, negli scantinati, nelle camere da letto, a  quando si finiva la scuola,  a tutta una giovinezza. Ma soprattutto cantando quella canzone così folle e per questo così spensierata … “Forgive me Delilah I just couldn't take any more” …

meryem alle 08:27 in:
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venerdì, 28 agosto 2009

 

Per qualsiasi luogo ed in qualsiasi tempo lui voglia, il vento ci porterà.

meryem alle 22:46 in:
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venerdì, 07 agosto 2009

003 - CopiaEd aveva sorriso. Aveva sorriso quando aveva assistito alla scena. Il silenzio monotono del primo pomeriggio, l’aria pesante densa di sonno … e così le palpebre si chiudevano tentate dalla penombra della stanza. Aveva abbassato la persiana ed era ritornata china sui suoi libri, sfogliando le pagine velocemente: non leggeva, era solo per farsi aria. Una mano sulla fronte, quasi a reggersi la testa, troppo pesante per la leggerezza del suo essere ora.

Aveva caldo, sebbene fosse quasi del tutto nuda. Indossava una specie di sottoveste . Un tempo non l’avrebbe mai messa,avrebbe provato vergogna a mostrarsi così sfacciatamente, perché lei non aveva il corpo per mostrarsi. Mostrarsi a se stessa. Avrebbe indossato qualcosa che coprisse, che nascondesse, che opprimesse, che uccidesse. Avrebbe osservato il sudore farsi strada fra i pori della pelle, quelle gocce scendere giù così lente. E non sarebbe uscita con quella mise che scopriva troppo le gambe neppure quando i gridi degli uccelli si facevano più acuti, invitandola ad uscire, ad unirsi a loro, a inspirare, a volare.  Un tempo, sì, un tempo. Tasselli di luce orizzontale, sottile, filtravano nella stanza, attraverso le stecche di legno. Un tempo, non troppo tempo fa,  sarebbe stata quella, l’unica luce.

II suono invadente e violento d’un rullo di una tapparella che si alzava, la scosse, la svegliò. E allora corse a vedere la scena, con il tessuto incollato al sedere. La facciata gialla della casa di fronte è assediata. Fotoni. E da tale attacco qualcuno  tenta la fuga. Da quella finestra con la tapparella verde alzata calano una scala. Ne discende un uomo barbuto seguito da una morbidissima bambola paonazza per il sudore e l’imbarazzo: il pubblico s’è fatto numeroso. I due mettono piede su d’una terrazza, mentre un gruppo di condomini accoglie i profughi di guerra. E Lei ha riso e sorriso guardandoli, ha immaginato, il perché, il percome. Vedeva l’appartamento assediato da migliaia di farfalle notturne impazzite, che avevano deciso di morire tra le mani, tra il calore, tra la carezza di un essere umano. Vedeva fiori giganti di violette nati tra una mattonella e l’altra del pavimento, perché volevano  dare colore all'ambiente, e che adesso si spingevano fino al soffitto, e sprigionavano troppa anidride carbonica. Vedeva ed immaginava Amore, ma quegli stupidi non l’avevano capito, che era solo Amore. Ed avevano preso la scala ed erano scappati.

A pochi metri da quella finestra e da quella terrazza, un po’ più in alto, Lei s’era ritrovata a passeggiare, una sera, di non troppo tempo fa. A giocare a stare in equilibrio, a scavalcare il parapetto,  a cercare il punto in cui le fosse stato impossibile cadere, a guardare le cose dall’alto, a sentire il vento sbatterle in faccia. Ed anche allora il sudore le colava dall’ascella, fino al gomito. Ma non faceva caldo. Ed anche il viso era bagnato. Ma non pioveva. Aveva pensato a quanta felicità avrebbe provato se la sua anima si fosse distaccata dal suo corpo, se quel corpo non l’avesse più visto né sentito, se lei non fosse più stata che aria. Non provava più vertigini ed era anche salita in cima alla cupola di Santa Maria del Fiore, correndo a perdifiato per quegli angusti 463 scalini, come una bambina, perché voleva vedere Firenze dall’alto. Voleva vedere tutto dall’alto e voleva buttarsi, volare, accogliere l’invito degli uccelli. Voleva sentire le lacrime scivolarle dal viso per abbandonarla per sempre. Voleva sentire l’abbraccio dell’aria, della vita e della morte. Quelle macchine viste dall’alto. Così piccole da poterle misurare con il pollice e l’indice.

In picchiata verso l’asfalto, verso il centro della terra, verso il buio ed il silenzio della sera, verso il nulla, vide se stessa arrivare ad un cm da terra e planare dolcemente per rialzarsi e riprendere il volo.

Con un po’ di fatica, lei sapeva sorridere, sapeva rialzarsi. Adesso sa anche volare.

 

[Auguri]

meryem alle 16:36 in:
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sabato, 27 giugno 2009
Here comes the sun

 

Quattro tagli, quattro lacrime sulla pelle.

Quattro bombe, quattro gocce di pioggia su questo orrore.

Su questo scheletro vivo, su questo essere spogliato di tutto, avvolto soltanto d’amore.

In questo mondo di cadaveri ambulanti, c’è chi vive da morto, perché non può fare altro per differenziarsi dagli pseudo vivi.

C’è chi vive da morto e s’è raffreddato. Nelle sue vene stalattiti di sangue ghiacciato. Il suo cuore è una roccia senza più elasticità.

Da molto la frattura è avvenuta, da molto l’arida desolazione. Tutto è deserto, tutto è crollato, tutto è niente.

 

C’è invece chi sceglie di vivere da vivo.  Chi è vivo era morto, l’attimo prima.

E sul suo corpo scarnificato scorrono lacrime che lavano altre lacrime,

pioggia che lava sangue, amore che lava il nulla.

Tanta guerra lo ha incenerito, tante bombe lo hanno annientato,

tante schegge crocifisso, piegato del dolore, al terreno umido.

Ma lui sapeva che era solo dolore fisico, e l’ha benedetto:”Sento dolore, io sono VIVO”.

E nella notte ha dimenticato i suoi peccati. La sua spossatezza l’ha trascinato sull’asfalto bagnato, su cui ora si riflette la luce, in cerca di passanti.

Qualcuno si è fermato. L’ha osservato. Ma non ha compreso il santo delirio del guerriero.

Qualcuno –uno su mille- l’ha inteso. Una volta era morto anche lui. E ci si ritrova a guardare il tramonto.

Ed a cercare raggi verdi. Ed a contare le gocce.

Uno-due-tre-quattro.

E si legge nel cuore dell’uno e dell’altro, così.

Anche senza il raggio verde.

La pioggia sta scemando.

Quattro lacrime sulla pelle.

Contano ancora le gocce. Una ad una.

Ma c’è anche il sole.

C’è  luce.

C’è amore.

 

[QUESTA ACCOZZAGLIA DI PAROLE LA DEDICO A LUI, il mio orso bruno peloso mangiasalmoni.]

 

[Causa trasferta sportiva a Bééééri (Baresi, se volete vedere mazzate tra donne, non esitate e venite a vederci –sì faccio pubblicità-) non potrò essere al pc domani. Con un giorno di anticipo, quindi, faccio gli auguri di buon compleanno alla splendida vodkasilenziosa. Auguri a Manuela, da domani ventenne. Baci ;)]

meryem alle 17:25 in:
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giovedì, 25 giugno 2009
A chiunque si senta svuotato, stanco, troppo debole per continuare. Io ho sempre letto questa poesia di Kipling nei momenti peggiori. La conosco fin da quando ero piccolissima, una bimbetta alta più o meno... quanto ora (ebbene sì, crescevo molto alta, ironia della natura matrigna), attraverso una storia e ricordi tragici, dolci e  commoventi. Oggi, io la condivido con voi lettori.




SE...


Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te
la stan perdendo e te ne attribuiscono la colpa,
se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te
ed essere indulgente verso chi ti dubita;
se sai aspettare e non stancartene,
e mantenerti retto se la calunnia ti circonda
e non odiare se sei odiato,
senza tuttavia apparire troppo buono né parlare troppo da saggio;
se sai sognare senza abbandonarti ai sogni;
se riesci a pensare senza perderti nei pensieri,
se sai affrontare il Successo e la Sconfitta
e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto
distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui;
se sai guardare le cose, per le quali hai dato la vita,
distrutte e riesci a resistere ed a ricostruirle con strumenti logori;
se sai fare un fascio di tutte le tue fortune
e giocarlo in un colpo solo a testa e croce
e sai perdere e ricominciare da capo
senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;
se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi muscoli
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere finchè non vi sia altro in te
oltreché la Volontà che dice loro: "Resistete!";
se riesci a parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà,
o ad avvicinare i potenti senza perdere il tuo normale atteggiamento,
se nè i nemici né gli amici troppo premurosi possono ferirti,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo;
se riesci a riempire l'inesorabile minuto
dando valore ad ogni istante che passa:
il mondo e tutto ciò che è in esso sarà tuo,
e, quel che conta di più, tu sarai un Uomo, figlio mio!



meryem alle 12:33 in:
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lunedì, 22 giugno 2009


Sulle crepe della notte, sui palazzi


su uno spiedo di stelle ti chiamo

e non c'è dazio: solo una bruma

di confine e un sogno

da portare agli occhi

prima che il sole arda

un giorno ancora e le mie mani

ancora sole.


[L'avrete riconosciuto. Versi di Raffaele Milite. Quando me li ha donati vedevo gli occhi da tigre lustri  riflessi nei ventri anteriori dell'auto.]





[ [ L'avevo promesso e lo faccio. Fatinadeimuffin, questi versi regalatemi li pubblico pensando anche a te, ed al tuo blog, uno dei più brillanti mai letti, che spero riapra presto. Fatì: sii forte. Lo sei già. ] ]






meryem alle 14:15 in:
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giovedì, 18 giugno 2009
Cunicolo in fiore

Si è fatta notte e sono stanco.


T' ho vista nascere dall' ombra triste
chiedere sguardi a ciechi passanti
fuggire di spalle, inascoltata
tornando nell' ombra facendoti sogno.

Si è fatta notte e ho aperto le braccia:
in cunicoli in fiore ti vengo a cercare.



[Ancora uno splendido regalo da parte di Raffaele Milite. Foto e versi sono suoi... o meglio, ora, miei.]
meryem alle 20:19 in:
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giovedì, 11 giugno 2009


Quando eravamo

su strade diverse

la stessa impronta.


[un regalo di Raffaele Milite alla sottoscritta. Per me, con te]


 

 

meryem alle 13:03 in:
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giovedì, 28 maggio 2009

003-deposito


Il signor P. ogni volta che entrava nel locale, s’allentava la cravatta stretta come un cappio. Il nodo asfissiante non era mai riuscito a strangolarlo, né a fargli perdere coscienza, per questo ce lo ritrovavamo seduto al bancone, quando magari già stavamo pulendo il pavimento, ogni notte prima che abbassassimo la serranda. Il signor P. era gentile, mi chiamava “dolcezza”, “gioia”, “bimba” e soffocava il pianto in gola, lo ingoiava, lo spingeva dentro con tre-quattro bicchieri di superalcolici, la cui quantità di alcool etilico avrebbe mandato fuori di testa chiunque. Invece lui si limitava a continuare a guardare oltre la cassa, il deposito delle Ferrovie dello Stato, dove si rifugiava all’uscita del lavoro fino quando decideva a notte fonda di barricarsi nel bar. Vi rimaneva delle ore, fin quando non gli si annebbiava e confondeva la vista dalle luci gialle dei lampioni riemergenti la foschia e dalle tenebre della notte silenziosamente assordante. Se mettessi le catene ad una farfalla, se legassi con fili di spine le zampe di un piccolo di cinciarella e non lo facessi mai fuggire, se tenessi in gabbia uno sparviero, compirei gli unici gesti che potrebbero eguagliare lo strazio di quell’uomo, che non si è mai lamentato, che non ha mai fatto tragedie, che non ha mai urlato contro nessuno. 

 

Spezzava la fiumana della disperazione osservando vecchi carri merci in disuso, con le porte laterali semiaperte paralizzate dall’abbandono. Si trovava a suo agio tra travi e ammassi confusi di ferro, tra vagoni senza locomotiva e locomotive senza vagoni. Tra il nulla, così come nulla era la sua vita, delimitata soltanto da uno sguardo al cielo che s’imbruniva, da un ramo d’un albero oscuro contro le nuvole. Poi alzava lo sguardo al ponte e vedeva la moderna linea ferroviaria. Amava le carrozze provviste di cuccette, amava vederci dentro  le ombre di chi riusciva a realizzare la propria fuga, di chi riusciva ad evadere, di chi riusciva a respirare, di chi tentava di spasmodicamente di riprendersi la propria libertà.  Vedeva i treni alta velocità spezzare il paesaggio di rotaie, di binari morti. E il signor P. tanto avrebbe voluto trovarsi su uno di quei treni. Avrebbe tanto voluto non sentire più ciò che era in realtà privo di senso.  Avrebbe voluto tanto andare oltre.

 

E nelle sue pupille si rispecchiava il suo sogno di ruggine, come una luminosissima quotidiana meteora a cielo sgombro. E quando ripercorreva a ritroso il suo cammino, e quando di nuovo superava il cancello, e quando varcava la soglia di casa, s’accasciava come se avesse inalato un gas tossico, e, come se avvertisse tutta la sua massa all’altezza dell’ombelico trascinarlo verso il suolo, affossava ancora, ancora, ancora, nel baratro della falsità. Nelle urla, nei lamenti, nelle lagne, negli strilli, nella fiera delle ipocrisie, nelle risatine, nei nauseanti obblighi non scritti, che soffocavano la sua libertà, che ormai era il solo “dovere” di vita rimastogli. L’unico dovere imprescindibile cui avrebbe dovuto obbedire. Ed invece l’unica sua mancanza. Se ne accorgeva osservando quel miscuglio eterogeneo di parenti, e parenti di parenti, e di amici, e di amici di amici. Una miscela che avrebbe avvelenato chiunque. E dopo aver tanto osservato, si metteva a letto, costringendosi a pensare a qualche donna che lo potesse distrarre da quello sfinimento mentale, da quel dolore fisico (il fegato quasi non gli reggeva più ,per quanto beveva). Ed invece ultimamente, s’addormentava subito: aveva preso corpo questo sogno, luce e calore di una notte di libertà di un luogo a lui sconosciuto, tra una folla felice e ridente che lo avvolgeva come un abbraccio. Lui indomito, caparbio, se lo custodiva gelosamente.

 

Ed in fiamme, col viso sudato e sciupato, entrò l’altra notte qui nel locale e si sedette di fronte a me. Pareva felice, rimboccandosi le maniche, con lo sguardo che gli si accendeva, con pupille che si dilatavano, che si inumidivano. Mi disse che sarebbe partito, che sarebbe andato … Parlava in maniera confusa, balbettava, tra l’euforico, il nostalgico, il malinconico, il divertito. Parlava di tutto e non parlava di niente. Farneticava? Mi ripeté più volte che ero tanto carina. E vedendolo avviarsi poi verso il vecchio deposito, sapevo che andava a rivolgergli un ultimo saluto. Un ultimo saluto all’abbandono e all’immobilità, dei treni, della sua vita. Sarebbe partito, il povero diavolo,  e nessuno l’avrebbe più rivisto.

meryem alle 11:19 in:
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