
Quattro tagli, quattro lacrime sulla pelle.
Quattro bombe, quattro gocce di pioggia su questo orrore.
Su questo scheletro vivo, su questo essere spogliato di tutto, avvolto soltanto d’amore.
In questo mondo di cadaveri ambulanti, c’è chi vive da morto, perché non può fare altro per differenziarsi dagli pseudo vivi.
C’è chi vive da morto e s’è raffreddato. Nelle sue vene stalattiti di sangue ghiacciato. Il suo cuore è una roccia senza più elasticità.
Da molto la frattura è avvenuta, da molto l’arida desolazione. Tutto è deserto, tutto è crollato, tutto è niente.
C’è invece chi sceglie di vivere da vivo. Chi è vivo era morto, l’attimo prima.
E sul suo corpo scarnificato scorrono lacrime che lavano altre lacrime,
pioggia che lava sangue, amore che lava il nulla.
Tanta guerra lo ha incenerito, tante bombe lo hanno annientato,
tante schegge crocifisso, piegato del dolore, al terreno umido.
Ma lui sapeva che era solo dolore fisico, e l’ha benedetto:”Sento dolore, io sono VIVO”.
E nella notte ha dimenticato i suoi peccati. La sua spossatezza l’ha trascinato sull’asfalto bagnato, su cui ora si riflette la luce, in cerca di passanti.
Qualcuno si è fermato. L’ha osservato. Ma non ha compreso il santo delirio del guerriero.
Qualcuno –uno su mille- l’ha inteso. Una volta era morto anche lui. E ci si ritrova a guardare il tramonto.
Ed a cercare raggi verdi. Ed a contare le gocce.
Uno-due-tre-quattro.
E si legge nel cuore dell’uno e dell’altro, così.
Anche senza il raggio verde.
La pioggia sta scemando.
Quattro lacrime sulla pelle.
Contano ancora le gocce. Una ad una.
Ma c’è anche il sole.
C’è luce.
C’è amore.
[QUESTA ACCOZZAGLIA DI PAROLE LA DEDICO A LUI, il mio orso bruno peloso mangiasalmoni.]
[Causa trasferta sportiva a Bééééri (Baresi, se volete vedere mazzate tra donne, non esitate e venite a vederci –sì faccio pubblicità-) non potrò essere al pc domani. Con un giorno di anticipo, quindi, faccio gli auguri di buon compleanno alla splendida vodkasilenziosa. Auguri a Manuela, da domani ventenne. Baci ;)]
SE...
la stan perdendo e te ne attribuiscono la colpa,
se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te
ed essere indulgente verso chi ti dubita;
se sai aspettare e non stancartene,
e mantenerti retto se la calunnia ti circonda
e non odiare se sei odiato,
senza tuttavia apparire troppo buono né parlare troppo da saggio;
se sai sognare senza abbandonarti ai sogni;
se riesci a pensare senza perderti nei pensieri,
se sai affrontare il Successo e la Sconfitta
e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto
distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui;
se sai guardare le cose, per le quali hai dato la vita,
distrutte e riesci a resistere ed a ricostruirle con strumenti logori;
se sai fare un fascio di tutte le tue fortune
e giocarlo in un colpo solo a testa e croce
e sai perdere e ricominciare da capo
senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;
se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi muscoli
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere finchè non vi sia altro in te
oltreché la Volontà che dice loro: "Resistete!";
se riesci a parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà,
o ad avvicinare i potenti senza perdere il tuo normale atteggiamento,
se nè i nemici né gli amici troppo premurosi possono ferirti,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo;
se riesci a riempire l'inesorabile minuto
dando valore ad ogni istante che passa:
il mondo e tutto ciò che è in esso sarà tuo,
e, quel che conta di più, tu sarai un Uomo, figlio mio!
Sulle crepe della notte, sui palazzi
su uno spiedo di stelle ti chiamo
e non c'è dazio: solo una bruma
di confine e un sogno
da portare agli occhi
prima che il sole arda
un giorno ancora e le mie mani
ancora sole.
[L'avrete riconosciuto. Versi di Raffaele Milite. Quando me li ha donati vedevo gli occhi da tigre lustri riflessi nei ventri anteriori dell'auto.]
[ [ L'avevo promesso e lo faccio. Fatinadeimuffin, questi versi regalatemi li pubblico pensando anche a te, ed al tuo blog, uno dei più brillanti mai letti, che spero riapra presto. Fatì: sii forte. Lo sei già. ] ]

Si è fatta notte e sono stanco.
T' ho vista nascere dall' ombra triste
chiedere sguardi a ciechi passanti
fuggire di spalle, inascoltata
tornando nell' ombra facendoti sogno.
Si è fatta notte e ho aperto le braccia:
in cunicoli in fiore ti vengo a cercare.
[Ancora uno splendido regalo da parte di Raffaele Milite. Foto e versi sono suoi... o meglio, ora, miei.]
Quando eravamo
su strade diverse
la stessa impronta.
[un regalo di Raffaele Milite alla sottoscritta. Per me, con te]

Il signor P. ogni volta che entrava nel locale, s’allentava la cravatta stretta come un cappio. Il nodo asfissiante non era mai riuscito a strangolarlo, né a fargli perdere coscienza, per questo ce lo ritrovavamo seduto al bancone, quando magari già stavamo pulendo il pavimento, ogni notte prima che abbassassimo la serranda. Il signor P. era gentile, mi chiamava “dolcezza”, “gioia”, “bimba” e soffocava il pianto in gola, lo ingoiava, lo spingeva dentro con tre-quattro bicchieri di superalcolici, la cui quantità di alcool etilico avrebbe mandato fuori di testa chiunque. Invece lui si limitava a continuare a guardare oltre la cassa, il deposito delle Ferrovie dello Stato, dove si rifugiava all’uscita del lavoro fino quando decideva a notte fonda di barricarsi nel bar. Vi rimaneva delle ore, fin quando non gli si annebbiava e confondeva la vista dalle luci gialle dei lampioni riemergenti la foschia e dalle tenebre della notte silenziosamente assordante. Se mettessi le catene ad una farfalla, se legassi con fili di spine le zampe di un piccolo di cinciarella e non lo facessi mai fuggire, se tenessi in gabbia uno sparviero, compirei gli unici gesti che potrebbero eguagliare lo strazio di quell’uomo, che non si è mai lamentato, che non ha mai fatto tragedie, che non ha mai urlato contro nessuno.
Spezzava la fiumana della disperazione osservando vecchi carri merci in disuso, con le porte laterali semiaperte paralizzate dall’abbandono. Si trovava a suo agio tra travi e ammassi confusi di ferro, tra vagoni senza locomotiva e locomotive senza vagoni. Tra il nulla, così come nulla era la sua vita, delimitata soltanto da uno sguardo al cielo che s’imbruniva, da un ramo d’un albero oscuro contro le nuvole. Poi alzava lo sguardo al ponte e vedeva la moderna linea ferroviaria. Amava le carrozze provviste di cuccette, amava vederci dentro le ombre di chi riusciva a realizzare la propria fuga, di chi riusciva ad evadere, di chi riusciva a respirare, di chi tentava di spasmodicamente di riprendersi la propria libertà. Vedeva i treni alta velocità spezzare il paesaggio di rotaie, di binari morti. E il signor P. tanto avrebbe voluto trovarsi su uno di quei treni. Avrebbe tanto voluto non sentire più ciò che era in realtà privo di senso. Avrebbe voluto tanto andare oltre.
E nelle sue pupille si rispecchiava il suo sogno di ruggine, come una luminosissima quotidiana meteora a cielo sgombro. E quando ripercorreva a ritroso il suo cammino, e quando di nuovo superava il cancello, e quando varcava la soglia di casa, s’accasciava come se avesse inalato un gas tossico, e, come se avvertisse tutta la sua massa all’altezza dell’ombelico trascinarlo verso il suolo, affossava ancora, ancora, ancora, nel baratro della falsità. Nelle urla, nei lamenti, nelle lagne, negli strilli, nella fiera delle ipocrisie, nelle risatine, nei nauseanti obblighi non scritti, che soffocavano la sua libertà, che ormai era il solo “dovere” di vita rimastogli. L’unico dovere imprescindibile cui avrebbe dovuto obbedire. Ed invece l’unica sua mancanza. Se ne accorgeva osservando quel miscuglio eterogeneo di parenti, e parenti di parenti, e di amici, e di amici di amici. Una miscela che avrebbe avvelenato chiunque. E dopo aver tanto osservato, si metteva a letto, costringendosi a pensare a qualche donna che lo potesse distrarre da quello sfinimento mentale, da quel dolore fisico (il fegato quasi non gli reggeva più ,per quanto beveva). Ed invece ultimamente, s’addormentava subito: aveva preso corpo questo sogno, luce e calore di una notte di libertà di un luogo a lui sconosciuto, tra una folla felice e ridente che lo avvolgeva come un abbraccio. Lui indomito, caparbio, se lo custodiva gelosamente.
Ed in fiamme, col viso sudato e sciupato, entrò l’altra notte qui nel locale e si sedette di fronte a me. Pareva felice, rimboccandosi le maniche, con lo sguardo che gli si accendeva, con pupille che si dilatavano, che si inumidivano. Mi disse che sarebbe partito, che sarebbe andato … Parlava in maniera confusa, balbettava, tra l’euforico, il nostalgico, il malinconico, il divertito. Parlava di tutto e non parlava di niente. Farneticava? Mi ripeté più volte che ero tanto carina. E vedendolo avviarsi poi verso il vecchio deposito, sapevo che andava a rivolgergli un ultimo saluto. Un ultimo saluto all’abbandono e all’immobilità, dei treni, della sua vita. Sarebbe partito, il povero diavolo, e nessuno l’avrebbe più rivisto.
- Nina. Io l’amo.
- Si svegli, imbecille.
- Non sono mai stato più lucido
- La lucidità non le serve a molto.
- Pazienza. Io non conto più, sono tutto per lei.
- Basta con questo delirio, signor Tach. So molto bene che lei non mi ama. Non ho niente per piacerle.
- Lo pensavo anch’io Nina, ma questo amore si situa ben al di sopra di tutto questo.
- Per pietà, non mi dica che mi ama per la mia anima, sennò mi metto a piangere dal ridere.
- No, questo amore si situa ancora più in alto.
- La trovo molto etereo all’improvviso.
- Non capisce che si può amare una persona al di fuori da ogni riferimento comune?
(…)
- L’amore non ha nessun senso, ed è per questo che è sacro. L’amore non serve a divertirsi. L’amore serve solo ad amare. Caro avatar, fremo all’idea che senza di me non avrebbe mai conosciuto l’amore. Pochi minuti fa parlavamo di verbi difettivi: lo sapeva che il verbo amare è il più difettivo di tutti?
- Cos’è questa storia?
- Si coniuga solo al singolare. Le sue forme plurali sono sempre solo singolari mascherati.
- Punto di vista.
- Niente affatto: non ho dimostrato che, quando due persone si amano, una delle due deve scomparire per ristabilire il singolare?
[Alcune parti dell’immenso (in tutti i sensi) dialogo che compone Igiene dell’assassino, di Amélie Nothomb. A me è toccato l’ingrato compito di sezionare, amputare, assemblare pezzi, in modo da rendere un piccolo, minuscolo omaggio a un amore che è oltre, che è sopra tutto e tutti … non ad UN amore, ma ALL’amore, per meglio dire. ]
Al Poeta, che ama incollare. Senza colla.
Dove vai, quando poi, resti sola?
M. stamattina s’è svegliata. S’è svegliata alle 7 dopo tre ore scarse di sonno agitato. S’è svegliata suo malgrado. S’è svegliata e ventiquattro ore fa non ci avrebbe messo la mano sul fuoco che avrebbe riaperto gli occhi di mattina. S’è svegliata e fino alle 8.30 è rimasta a letto a guardare la luce accecante ed euforica che penetrava dai buchi della persiana. M.sentiva il dolore alle costole e allo stomaco aumentare. Non se n’è curata. E’ abituata a quel dolore, tanto abituata che non può che considerarlo oramai solo un fastidio. Stamattina M. s’è svegliata perché attaccata e invasa da un altro dolore, improvviso, scatenato, preoccupante. Il cuore pareva volerle uscire dal petto. Batteva troppo forte. Troppo veloce. M. s’è chiesta se data la sua età ci fossero probabilità che si trattasse di un infarto. M. ha cominciato a pensare che forse qualcuno lassù c’è davvero, e che la sua preghiera della sera prima si stesse avverando. Aveva pregato l’Ignoto di venirsela a prendere il più presto possibile, in qualsiasi maniera. M. a questo pensiero ha cominciato a lacrimare, suo malgrado, a impregnare il cuscino di pianto. M. non piange mai di dolore. Ma M. riesce a piangere di gioia. E il pianto silenzioso di M. stamattina era solo di sollievo. Basta autoflagellazione. Ogni tipo di autolesionismo ha pensato potesse finire alle 8.35 di stamattina. Ed M. s’è punita tanto in vita sua. Non con i classici metodi da masochisti. Bruciature, tagli e cose del genere erano per gente comune. M. ha sempre cercato di non seguire la massa. M. faceva, diceva, cercava cose che potessero punirla in maniera poco palese. M. odia il vittimismo e segni evidenti sulla sua pellaccia dura. Ha cercato verità e menzogne di ogni tipo. Ha rincorso azioni e situazioni che sapeva le sarebbero ritorse contro. M. non hai mai trovato un po’ di quiete. M. sarebbe scoppiata in lacrime amare tra le braccia della prima persona che le avesse detto “Ti vedo un po’ stanca, ti senti bene?”, sia pure una persona sconosciuta. Ma questo le è stato risparmiato, le è stata risparmiata questa vergogna. Ha pianto sul suo cuscino, che la conosce bene, conosce bene quel liquido salato, mescolato a rimmel e matita per gli occhi. E il cuore le picchiava dentro. Si è ribellato anche lui alla fine. M. ha pensato che se ne sarebbe andata davvero. M. ha chiamato sua mamma. Una volta. Non ha sentito. Due volte. Niente. Alla terza volta è giunto suo padre. M. gli ha chiesto di chiamarle la madre, dimenticandosi del tutto che lui e lei non si rivolgono la parola da anni e anni. Il padre di M. l’ha sorpresa, invece, facendo esattamente quello che lei gli aveva ordinato. Se li è trovati nella stanza quasi assolata. Entrambi. Vicini. Preoccupati. M. non ha pensato, e non ha parlato. Il cuore, vedendoli, s’è fermato. M. ha detto infine con immenso coraggio “Niente, mi faceva solo male un po’ il petto.”
M. spera che un giorno riuscirà a dimenticare tutto il male che si è inflitta e che si infliggerà. Perché M. non riuscirà mai a perdonarsi. M. non conosce perdono. M. riesce a dimenticare per un po’. Ma non perdona. Non si perdona. M. ha ormai solo questa speranza: di dimenticare in fretta. Speranza vana lo sa bene. Una illusione crudele, come tutte le illusioni della sua vita. Difficilmente M. dimentica. Per M. dimenticare è solo fingere di non ricordare. Nondimeno oggi M. s’è svegliata. Nonostante tutto.
<<Io ho fatto questo>> dice la mia memoria. <<Io non posso aver fatto questo>> -dice il mio orgoglio e resta irremovibile. Alla fine – è la memoria ad arrendersi.
Beati gli smemorati, perché avranno la meglio anche sui loro errori.
Nietzsche (Al di là del bene e del male)
[Devo ringraziare chi ieri mi ha sostenuto. Vi voglio bene tutti. Mara sei un’Amica con la A maiuscola. Ti voglio bene.]
VIVERE, anche se sei morto dentro
sì, sono morta in un momento.
Funerali.
Cruci-luci.
Lacrime represse.
Sogni interrotti.
Stomaco bucato.
Mi fanno male.
E amo
E odio.
E faccio del male.
Ferisco.
Uccido.
Mi devo sforzare.
Mi devo abbracciare.
Mi devo ricordare.
Chiedo solo di rinascere.
Dammi un fazzoletto
fammi piegare in due
ginocchia al petto
e fammi piangere.
Chiedo il permesso.
Chiedo aiuto.
Aiutame.
Non possum, quia crepo.
Non ce la faccio più.
















